21 ottobre - 21 novembre 2009
Matteo Peretti
Stories
a cura di Martina Cavallarin
INAUGURAZIONE 21 ottobre ore 18:00
Dal 21 ottobre Emmeotto presenta una selezione della produzione più recente di Matteo Peretti:
circa quaranta opere scelte tra i “ritratti” ed una serie di sculture
monocrome realizzate, a partire dal 2007, assemblando giocattoli usati.
Osservando gli assemblaggi di oggetti di Matteo Peretti, opere in cui
l’eleganza formale si sposa all’ironia, ci si domanda se il giovane
artista sia in debito d’ispirazione con il mondo di Arcimboldo o con le
dissacranti provocazioni novecentesche che, partendo da Duchamp e
passando per l’arte povera, hanno imposto gli umili oggetti del vivere
quotidiano al centro della ribalta artistica. In verità la storia
familiare ed il percorso di formazione del giovane artista romano fanno
di lui il fertile terreno di convergenza di mondi e tradizioni
artistiche in apparenza assai lontani. Figlio di antiquari, Peretti si
è confrontato dalla nascita con l’arte della grande tradizione
italiana, compiendo però il suo percorso di formazione lontano dal
nostro paese in contesti vocati alla contemporaneità. Dopo la laurea in
arti visive conseguita nel 1995 all’Oberline College - una delle
strutture universitarie più rigorose e, al contempo, anticonformiste
degli Stati Uniti - l’artista si è specializzato presso la Central
Saint Martins School of Art di Londra, la città che, insieme a New
York, ha ospitato le sue prime mostre personali.
Accade così che - quando l’artista dichiara di essere interessato ad
analizzare e raccontare la condizione esistenziale dell’uomo
contemporaneo utilizzando gli oggetti di scarto della sua quotidianità
- non si possano nutrire dubbi sulla sua appartenenza a quel filone
di artisti in posizione di continuità con certe ricerche delle
avanguardie del ‘900, Arte Povera e Pop Art comprese. Ma accade altresì
che in Peretti l’operazione di riciclaggio artistico sia condotta con
modalità e spirito del tutto originali rispetto a quelle stesse
esperienze. Lo ha, non casualmente, rilevato uno studioso di arte
antica, Francesco Petrucci, sottolineando come “mentre nell’arte povera
l’assemblaggio di oggetti usati in nuovi contesti formali avviene
nell’ottica, esplicitamente provocatoria, della creazione di
un’estetica del brutto e del casuale, in Peretti abbiamo esattamente il
contrario” . Le sculture a tutto tondo e i bassorilievi di giocattoli
che Emmeotto e Martina Cavallarin, curatrice della rassegna, hanno
selezionato parlano chiaro a questo proposito. Il loro autore è
impegnato nella ricerca di un alto livello di esteticità che induce
Petrucci a coniare per lui l’azzeccata definizione di pauperismo ludico
e formalista. Peretti conduce ad unità l’infinita varietà di forme,
dimensioni, consistenze e tinte della materia di cui si serve – i
giochi tratti dalla collezione che oramai invade il suo studio –
applicando nel montaggio criteri di equilibrio ed armonia tra le parti
ed uniformando ulteriormente il tutto con una patina monocroma che
predilige la vivacità dei colori primari: il giallo senape, il rosso
lacca, il blu oltremare, il bianco e il nero.
Avvicinandosi alla nuova preziosa materia sorta dal caos, lo spettatore
scopre al suo interno la presenza di .piccoli mondi organizzati. Certe
volte Peretti narra storie, altre costruisce complesse planimetrie di
città fantastiche o compone metafore da decifrare e sorprende sentire
il demiurgo di tali fantasiosi artifici raccontarsi come “uno che fa
arte per rappresentare la realtà”. In effetti, dietro all’estenuata
ricerca di perfezione formale, si cela la densa sostanza di una
costante riflessione sulla vita, di cui si analizzano sia gli eterni
temi esistenziali che i disagi del contemporaneo. Scrive Martina
Cavallarin: “L’opera di Peretti, costruita come un gioco e resa
tagliente dall’ironia e da una denuncia sussurrante, è un sottotesto
della realtà”.
In Point of View la vicenda universale del rapporto tra i sessi viene
commentata costruendo su una batteria giocattolo il mondo dell’uomo e
quello della donna come diversi e contigui ma non comunicanti. I
rispettivi monarchi si osservano con curiosità dall’interno di confini
che non tenteranno di varcare.
Si chiamano Synthetic Brain le carcasse di vecchi televisori catodici
che Peretti trasforma in affollati teatrini. Va in scena il
bombardamento di parole, suoni e immagini del mondo della comunicazione
di massa. Un mondo creato ma non governato da un’umanità che spesso
perde il controllo delle sue sofisticate creature. “Un’umanità” –
spiega l’artista – “stranamente ingenua e bambina di fronte alle
impreviste insidie dell’era tecnologica. Un’umanità da educare. Uso i
giocattoli come veicolo di una riflessione sul nostro quotidiano
proprio pensando alla funzione educativa che essi assolvono nella
formazione del bambino.”
Capita poi che spunti e temi desunti dalle frequentazioni di famiglia
con l’arte antica si affaccino con ironica puntualità nelle sue opere.
Si spiega così il vezzo di non firmare, ma rappresentarsi piccolino
all’interno delle sue affollate scenografie. Oppure quello di trattare
temi di scottante attualità affidandosi a soggetti della grande
tradizione iconografica occidentale. E’ il caso della Strage degli
innocenti “un tema classico che utilizzo per parlare della condizione
giovanile”.
Anche nei Ritratti Peretti applica un modo di procedere tipico della
ritrattistica cinquecentesca, dove il soggetto ritratto è circondato da
oggetti e inserito in ambienti che alludono alla sua condizione
sociale, alla sua storia e al suo carattere. Senonché la prevalente
tendenza all’ironia suggerisce qui all’artista di esasperare
l’ingegnoso e collaudato escamotage sovvertendo le dimensioni dei
rappresentati, per cui gli oggetti simbolici diventano enormi rispetto
alla persona ritratta ridotta a minuscola figurina antropomorfa.
fonte emmeotto.net
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